Spettacoli

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Alfabeti Comuni
Associazione Culturale no profit

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via Nomentana, 875, 00137
Roma

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Maria Inversi

Cel 338 9424143

Mail: info@alfabeticomuni.it

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Teatro e donne inversi

Con il sostegno di:


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Provincia di Roma

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Istituto giapponese di cultura

Istituto Svizzero di Roma

Università degli studi Roma Tre

Comitato Pari Opportunità

Dipartimento delle Pari Opportunità

Gender Interuniversity Observatory

Roma Capitale

Casa delle Letterature

Alfabeti Comuni

L'associazione Alfabeti Comuni è nata nel 1991 e negli anni di attività teatrale e culturale svolti, ha realizzato spettacoli, eventi culturali e pubblicazioni. L'interrogazione estetica-etica e contenutistica ha posto l'accento sul come narrare un io femminile che partisse dall'essere donna, che si relaziona al mondo dall'interno del sistema socio-politico e dunque culturale. In tale ricerca e diversità di espressione tra uomo e donna, maschile e femminile, ha intrecciato, fin dagli esordi, tutte le forme di linguaggio artistico: movimento fisico all'interno di fotografie, pittura, danza butoh (1996), classica, contemporanea, dvd, film.

Punto fermo della ricerca espressiva è stata la trasformazione di qualsiasi testo letterario (1995) in testo teatrale (costruzione drammaturgica tradizionale) senza nulla togliere alla scrittura originaria contemporanea, e cercando nella punteggiatura il respiro dell'autrice tale che, nello stesso, confluissero palpito interiore dell'autrice e palpito interiore della regia e dell'attrice. La ricerca di un'adesione al personaggio portato in scena ci ha inoltre spinti a integrare alla lingua italiana altre lingue quali il tedesco, il francese e l'inglese.
L'ultimo lavoro portato in scena ha trasformato, tra giochi verbali, ri-citati e canori, testi delle poete del cinquecento italiano (petrarchiste) in un'operina rock.

I nostri spettacoli, per il loro carattere di indagine fortemente femminile-femminista, non hanno mai trovato produttori. Essi, inoltre, nonostante qualità e bellezza, non hanno potuto accedere a finanziamenti ministeriali e quindi a forme di circuitazione sul territorio nazionale. I modestissimi contributi pubblici che pure sono stati preziosissimi, ci hanno allenate a lavorare con molta fantasia e nessuno spreco di denaro pubblico senza per questo poter essere classificate come espressione estetica del "teatro povero".

L'associazione ha aperto alla conoscenza e creato la scuola di Butoh in Italia con mezzi propri, consentendo così la formazione dei primi coreografi italiani di tale forma d'arte nata in Giappone intorno al 1956. Abbiamo inoltre organizzato conferenze intorno a personaggi totalmente sconosciuti come Sabina Spielrein (ben prima del film di Faenza) e intorno alla scoperta dell'epistolario tra Anna Freud e Andreas Lou Salomé, corrispondenza in lingua tedesca pubblicata nel 2005 e presentata a Roma nel 2006 a cui è seguita pubblicazione.


Anna Freud e Andreas Lou Salomè - Più che sorellanza

Anna Freud e Andreas Lou Salomè - Più che sorellanza

Drammaturgia e regia di Maria Inversi

Lettura di Clara Galante e Maria Inversi


Nel 2006 venni a conoscenza della importantissima scoperta che consentiva di comprendere meglio la relazione scientifica e umana di due donne che hanno lasciato segni importanti nella cultura del novecento. Le lettere rivelano il grande valore anche sensibile delle due scienziate che non trascurano di scambiarsi impressioni anche sull'abbigliamento. Le lettere nel loro insieme divengono esempio di relazione tra donne ma in conflitto, antagoniste e capaci di essere complici.

...Sul bordo sinistro del libro che stavo sfogliando, mi colpirono immediatamente, in alcune lettere, dei piccoli disegni calligrafici di particolari di abiti che Anna confezionava per Lou e mi sentii come una <>. In quelle lettere, Anna spiegava come intendeva affrontare o completare la creazione. Mi chiesi, maneggiando il voluminoso libro, se il desiderare da parte di una che l'altra indossasse i suoi abiti (avevano gusti tanto diversi!) avesse a che fare con la pausa della vita, oppure se quel <> di cucito o uncinetto fosse modo divertente e discreto di costruire un legame femminile anche attraverso una forma <> del vivere in una relazione che, pur nella distanza, concedeva ingressi dentro l'abitare non solo del pensiero. Una relazione in cui, scoprii in seguito, non si poneva neppure lontanamente una qualsivoglia forma di competizione professionale, affettiva, intellettuale, poichè esse sapevano sempre quale fosse la misura del concedersi, interrogarsi, sostenersi e sorprendersi creativamente...

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La tomba di Antigone

La tomba di Antigone

Di Maria Zambrano

Drammaturgia, interpretazione, regia di Maria Inversi
Musiche di Dimitri Yanov-Yanovsky (Lacrymosa), Hildegard von Bingen (O Virtus Sapiente), Istvan Marta (Doom. A Sigh), Franghiz Ali-Zadeh (Mugam Sayagi), Anonimo (Canto tradizionale)

Nel testo di Sofocle Antigone si suicida; in quello della Zambrano la tomba si trasforma nella possibilità di rinascere a nuova vita. Quella che le negarono gli eventi, il padre, la madre, i fratelli, il re. Nel luogo del silenzio lontana dalle cose accadute e che accadono fuori dal perimetro in cui è rinchiusa, forte della sua solitudine, certa di subire un'ingiustizia umana, Antigone ascolta le ragioni del suo cuore in conflitto e cerca perdendola e ritrovandola, passo dopo passo quella luce interiore, che le consentirà di raggiungere la verità del suo essere lì, oltre le leggi della città, le ragioni di tutte le guerre, il potere arrogante. Può così far rinascere innocenza e coscienza, comprendere i sogni premonitori, ridare forza a pulsioni e desideri. La regia ha ridotto il testo di un'ora ricreando l'ossatura drammaturgica di cui il testo, scritto per altre finalità, era mancante. Così Antigone ci giunge col battito del suo cuore forte e fragile come quello dell'adolescente, dell'adulta o di chiunque un giorno comprenda che tutto il mondo che è dentro di sé chiede di essere riconosciuto e amato. Il pubblico a fine spettacolo si trattiene spontaneamente, a volte a lungo. Ma su questa Antigone Maria Inversi, che intende il teatro anche come incontro empatico coi differenziati pubblici, ha lavorato per anni cercando il disvelamento della parola zambraniana che indaga la conoscenza e la sua meta come concetti - immagini. Maria Zambrano nel suo decennale esilio romano (regime franchista) è entrata in contatto, tra gli altri, con Elena Croce, Elsa Morante, Cristina Campo. Fu sostenuta con la sorella Aracoeli da artiste e intellettuali residenti a Roma. Ha pubblicato su Botteghe Oscure.

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Ciò esula e Il marito di Vlasta
(da Teodia)

Ciò esula e Il marito di Vlasta

Di Ludovica Ripa di Meana

Ciò esula (atto unico)

Con Alessandra Fallucchi e Marco Giandomenico

Musiche di Peter Soave
Esecuzione di Walter di Girolamo

Il Marito di Vlasta (atto unico)

Allestimento scenico, luci e regia di Maria Inversi

Con Roberto Bisacco

DVD di Maria Inversi e Romolo Belvedere
Musiche di Robert Moran
Assistente alla regia E. Salvatori

Due le storie d'amore, le solitudini, le singolarità narrate nei due monologhi (autonomi) dall'autrice, che la regia desidera rappresentare in una sola serata per restituire la positività del maschile de "Il marito di Vlasta" che si contrappone a quello narrato in "Ciò esula" in cui Luciana, la protagonista, racconta tra leggerezza e crudezza uno spaccato sociale della periferia romana (o di altre metropoli) di cui il pubblico che frequenta i teatri è a conoscenza attraverso informazioni rapide di attimi di vita a cui la cronaca ci abitua lasciandoci, ormai, quasi indifferenti. Ludovica Ripa di Meana ci restituisce la singolarità e l'anima di chi diviene, suo malgrado, protagonista relegato/a ad analisi sociologiche deprivate di storia e memoria. Luciana è il femminile: materno, intelligente, incolto, poetico e il cui uomo (Mario) fa sparire il loro bambino per vendicarsi di quell'ultima e definitiva richiesta di "volgare" sottomissione fisica e coercitiva a cui Luciana si ribella abbandonandolo. La banalità del male (H. Arendt) e il danno si radicano, ci dice l'autrice, in qualsiasi forma di violenza.
Il "lui" negativo (Mario), diviene positivo ne: "Il marito di Vlasta" uomo che cogliamo in una qualsiasi giornata, al rientro del suo lavoro, dove tutto si ripete come nei giorni precedenti in cui, la presenza di Vlasta (la moglie), rendeva diversi. Senza amore, ogni gesto perde senso, la quotidianità rivela la sua pochezza e l'abisso della solitudine (che i fatti di cronaca non possono narrare) irrompe per raccontare la fragilità (che si rivela alla fine) anche dell'uomo troppo spesso nascosta nella fattività e nell'efficientismo. Il dramma, via via che i personaggi si narrano, costruisce le identità sensibili che vanno oltre gli accadimenti, poichè l'essere umano, colui/colei che agisce con bontà ha in sé la poesia che vuole essere riconosciuta dal mondo. Luciana uscirà dall'interrogatorio, nonostante i fatti che racconta, salutando quel Mario che è la ragione del suo essere lì. Il Marito di Vlasta, a se stesso brutto e goffo, non perdona a Dio l'averlo privato della moglie cèka, mai veramente inseritasi a Roma, e sposata nel 1967. Egli, rivolto a Dio, dice "due che siamo uno" e il mondo dell'amore, tra due pareti si fa immenso, insostituibile.
Ma Dio dov'è? Chiedono la giovane Luciana e il non più giovane Marito di Vlasta?
Molti i temi e le riflessioni che tra dramma, leggerezza e sorriso, Ripa di Meana che guarda con una lente d'ingrandimento l'animo umano e la societè, ci regala.
Ludovica Ripa di Meana scrive romanzi e testi teatrali in versi, in una lingua che riesce a conciliare con grande fascino per lettore e spettatore, la preziosità dell'italiano con l'idioma romanesco.

Ciò Esula ha partecipato al concorso
@ festival itinerante di cinema indipendente delle donne 2007-2008 organizzato da: "Il Trust nel nome della donna" (Milano)

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Nuvole. Casa

Nuvole. Casa

Di Elfriede Jelinek

Drammaturgia, luci e regia di Maria Inversi

Foto di Romolo Belvedere

Versione 2007:

Interpretazione di Maria Inversi

Musiche di Bach e improvvisazioni al violoncello di Giovanna Famulari

Versione 2006:

Interpretazione di Laura Mazzi

Musiche e improvvisazioni al pianoforte di Rita Marcotulli

Elfriede Jelinek, viennese, nata da padre ebreo di origine slava e da madre céca, ha perduto nei campi di concentramento 49 parenti. Diplomata al conservatorio in pianoforte, sceglierà, dopo alcuni concerti, di dedicarsi alla scrittura per recuperare senso e valore alla parola della memoria paterna.
La sua scrittura, costruita su ritmi musicali, è occhio dilatato su ogni relazione in cui serpeggiano atteggiamento e pensiero fascista. Molto amata dalle femministe poichè, come è stato scritto, la sua narrativa ".si pone sempre dalla parte dei deboli, degli sconfitti, degli animi feriti", dagli esordi, e fino al conferimento del premio Nobel nel 2004, ha dichiarato di avere un debito intellettuale nei confronti della Bachmann. Il testo che attinge in più parti anche ai versi di Hoelderlin, è stato pensato dall'autrice come monologo dove una donna, al centro del palcoscenico, sferruzza ascoltando il testo da una radio. Esso affronta il tema della memoria dei popoli in cui i concetti di razza, razzismo, e Patria sottolineano la difficoltà dell'accoglienza del diverso, dello straniero, dell'altro da sé insieme al bisogno di ogni essere umano di rispondere alle domande: chi sono? chi siamo? dove andiamo?
Il testo costruito a tappe con spazi bianchi ha sollecitato la regia a comporre una riscrittura, che oltre all'ascolto chiedesse allo spettatore l'attenzione dello sguardo e che, per la sua complessità, mi ha occupata un intero anno dall'idea-motivazione alla sua realizzazione.



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Io no - Dio conta le lacrime delle donne

Io no - Dio conta le lacrime delle donne

Testo, costumi e regia di Maria Inversi

Con Maria Teresa Pintus

Luci di Angelo Ugazzi
Foto di Romolo Belvedere
Musiche di Franz Schubert, Dimitri Shostakovich, Gorge Crumb, Vaso Pateidl, Jaroslaw Sveceny, Giya Kancheli, Sofia Gubaidulina, Lou Reed, Farid Farjad

Il testo affronta il difficile tema della violenza fisica che troppe donne nel mondo subiscono. Il personaggio, per il carattere stesso del tema, non ha alcuna connotazione geografica, parla alcune lingue ed è colta in scena nella fase dello shock che l'ha privata della memoria. Memoria che riconquisterà lentamente con il ritrovamento di un diario adolescenziale e di alcuni svariati oggetti che appartengono all'universo femminile e alla vita di un'attrice. E' solo verso la fine che conosceremo le ragioni della sua momentanea perdita di memoria e il suo giustificato e consequenziale desiderio di cambiamento. Ed è proprio attraverso la perdita e il recupero della memoria che il personaggio femminile mostra tutta la sua fragilità, la sua forza, il suo coraggio, la sua voglia di vivere. Il testo non ha nulla a che fare con il fatto di cronaca, ma con il sogno infranto della sessualità vissuta attraverso il desiderio e l'amore e dove, nel corpo-luogo di accoglienza dell'altro/a, dovrebbero trovare posto solo la gioia e la libertà. Con il suo corpo libero, la donna libera energie arcaiche, può conoscere forme alte di erotismo ben lontano da volgarità e materialità. Il cuore adolescenziale, batte sempre, attraversa i nostri giorni, il nostro tempo nel ricordo, nella dimenticanza. Il testo è stato scritto su varie sollecitazioni. Due delle donne, di cui ho raccolto la testimonianza, hanno dichiarato che durante lo stupro pensavano all'anima: "quella non me l'hanno rubata".

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La verità e il suo gioco

La verità e il suo gioco

Lettera inventata, collage testi e regia di Maria Inversi

Con A. Alessandro, S. Fadda (soprano), Maria Inversi, V. Vitaterna (pianoforte)

Incontro con il patrocinio di: S. E. Alfons Kloss, Ambasciatore della Repubblica d'Austria, S. E. Libor Secka, Ambasciatore della Repubblica Ceca
Musiche di Wolfgang Amadeus Mozart e Giacomo Puccini
Intervento di Francesca Brezzi

Marianne Golz-Goldlust fino a pochi giorni dalla decapitazione, ha raccontato attraverso un pugno di lettere la sua positività di donna capace di guardare anche fuori di sè e diremo oggi, pragmaticamente, per quanto il carcere di Pancraz le consentì, di lasciare traccia di una tra le tante sconcertanti realtà della II guerra mondiale.
La voce, dunque, quella di Marianne soprano (come lo fu) è narratrice di un pezzo di storia tutta femminile.
La serata unica ha teso a raccontare in una sala affolatissima quanto e come Marianne seppe giocare con la vita e la speranza.

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Tanti baci, Sylvia Plath

Tanti baci, Sylvia Plath

da Sylvia Plath e Stefania Caracci

Trattamento teatrale, luci e regia di Maria Inversi

Con Mara Camelin, Barbara Manzato, Beatrice Orlandini

Musiche di Lester Bowie, Gavin Bryars, Claude Debussy, C. Mulbacher, Eric Satie, Bob Stewart

Suicida l'11 febbraio del 1963, poco più che trentenne, la Plath rappresenterà per le femministe, negli anni subito successivi la sua morte, l'identità femminile vittima del sistema patriarcale e maschilista. Il marito Ted Hughes, noto poeta inglese, l'aveva abbandonata per un'altra donna nel 1962, anno in cui la Plath dovette affrontare altre difficili prove: problemi economici, ospedalizzazioni, trasloco, nuovi stili di scrittura. Per molti mesi nasconderà a se stessa e agli altri l'abisso in cui stava sprofondando, recitando il ruolo della donna "normale", "forte" e "indipendente".
Due attrici e una danzatrice in scena a raccontare l'io in pezzi che si ricompone attraverso l'atto creativo intriso di gioia, passione, forza e fragilità e dunque, una Sylvia ombrosa e solare capace di proiettarsi nel futuro e dare forma alla sua libertà, fino al momento in cui, l'io stanco, cade per non rialzarsi, non sognare più. Consegna Sylvia i figli alla vita e se stessa, senza dolore, alla morte.
La regia, che si è servita di alcune parti di un racconto di Stefania Caracci e di alcune frasi della Plath enucleate da lettere, diari, e poesie, ha utilizzato l'elemento del gioco, lo stesso che la Plath aveva instaurato con la vita, certa che la sua genialità avrebbe prevalso. Attrici e danzatrice sono chiamate a giocare sui sensi e sui ritmi della scrittura. Gli elementi scenografici ricostruiscono la relazione simbolica di Sylvia con il mondo esterno e quello interiore: conflittuale, poetico e lunare.

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Io, Ingeborg Bachmann

Io, Ingeborg Bachmann

Da Ingeborg Bachmann

Collage interviste, testi, luci e regia di Maria Inversi

Con Michele D'Anca, Elena Fanucci, Anna Ferzetti, Maria Inversi, Daniela Zanchini

Musiche di Leos Janacek, Arvo Part, Karl Amadeus Hartmann

In un dialogo serrato tra intervistata (I. Bachmann) e intervistatore da: In cerca di frasi vere, s' inseriscono, tra risposte a volte provocatorie, i testi: Quel che ho visto e udito a Roma, Il caso Franza, Malìna, Invocazioni all'Orsa Maggiore. Una ricostruzione tesa a offrire tra bellezza e visione filosofica, il punto di vista della scrittrice maturato anche nei vent'anni che trascorse a Roma.

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Quel ch'è vero

Quel ch'è vero

Interviste, Il Caso Franza, Poesie di Ingeborg Bachmann

Drammaturgia, luci e regia di Maria Inversi

Con Michele D'Anca, Elena Fanucci, Maria Inversi, Mirella Mazzeranghi

Foto di Romolo Belvedere
Serie di otto sezioni create per Invocazione All'Orsa Maggiore
Musiche di Karl Amadeus Hartmann

Titolo di una poesia della Bachmann, che non rinunciò, attraverso tutte le forme di scrittura che lei sperimentò, di narrare la ricerca della verità nella relazione tra persona e sistemi politico-sociali.
Il suo tempo fu segnato dalla guerra fredda, durante la quale si progettavano nuove guerre attraverso investimenti militari.
La sua opera artistica è reinterpretazione della tradizione letteraria che si intreccia alla modernità in uno stile personale non confondibile.
Lo spettacolo ha messo insieme la ricostruzione di tutte le interviste dove la visione della Bachmann diviene anche futuribile tensione etica e spostamento del punto di vista nelle relazioni uomo - donna - uomo.
L'analisi della relazione uomo-donna non è che il che il microcosmo dei sistemi di relazione umana e politica. Christa Wolf e Elfriede Jelinek, tra le altre, dichiarano di avere un debito di riconoscenza nei confronti della Bachmann.


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La sventura e l'amore di Dio. Il cammino di Simone Weil

La sventura e l'amore di Dio. Il cammino di Simone Weil

Da Ingeborg Bachmann

Trattamento, luci e regia di Maria Inversi

Con Michele D'Anca, Elena Fanucci, Anna Ferzetti, Maria Inversi, Daniela Zanchini

Musiche di Johann Sebastian Bach

Ingeborg Bachmann, tra le più grandi poete e narratrici contemporanee e di cui non tutta l'opera è stata tradotta in Italiano, ha sperimentato, tra le varie forme di scrittura che caratterizzano l'originalità della sua opera, anche quella radiofonica. Nel 1952, fu trasmesso dalla BR Munchen, il radio-essay "La sventura e l'amore di Dio...", che fu pubblicato insieme al saggio su Wittgenstein e Musil sotto il titolo "Ingeborg Bachmann,Werke" per le Ed. Piper di Monaco nel 1978. Opere che "venivano pubblicate in Germania per la prima volta (Weil) o ripubblicate dopo un lungo oblio".
Simone Weil muore di consunzione nel 1943 ad Ashford all'età di 34 anni. Pochi conobbero, e ben poco si conobbe del suo pensiero filosofico prima della sua morte. Ingeborg Bachmann attraverso il radio-essay riesce, con molto anticipo sui tempi a restituire di Simon Weil la coerenza del suo pensiero ed un ritratto della persona Weil. Di lei, seguendo le tappe del suo cammino, stupiscono molte cose, non ultima la giovanissima età con cui affronta, lei di estrazione borghese e benestante, esperienze di vita difficili e a volte pericolose in nome della ricerca della verità, sua vera fede. Una grande e instancabile mente in un corpo giovane e fragile mostra a tutti giovani e non la possibilità di pensare altro, essere altro.

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webmistress: rachele muzio